Lo Specchio non ha colpe

scritto da albertx2007
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Una satira affilata sul narcisismo moderno. Tra biondi chimici e verità negate, il ritratto di una donna che ha deciso di sconfiggere la realtà abolendo i riflessi. Perché, quando il mondo non ci somiglia, è molto più facile rompere lo specchio.
- Nota dell'autore albertx2007

Testo: Lo Specchio non ha colpe
di albertx2007

Lo Specchio non ha colpe 

ALEXSANDRA GUSTALACACCA — Lo Specchio Che Non Esiste Ovvero: la storia di chi giudica il mondo intero tranne lo specchio che non ha

PROLOGO — Voce del Narratore

Esistono, nel vasto universo, fenomeni inspiegabili. I buchi neri. L’antimateria. Il fatto che qualcuno metta l’ananas sulla pizza.

E poi esiste lei. Alexsandra Gustalacacca. Un nome che già di per sé suona come una caduta dalle scale. Eppure lei lo pronuncia come se fosse inciso su marmo: “Alexsandra.” — pausa teatrale — “Gustalacacca.” Come a dire: trema, mondo.

Il mondo, per ora, non tremava. Stava facendo una cosa molto più intelligente: guardava da un’altra parte.

CAPITOLO 1 — La Creatura

Alexsandra Gustalacacca aveva trentadue anni, un’autostima che avrebbe messo in imbarazzo Napoleone e una percezione di sé stessa completamente scollegata dalla realtà. Viveva in un appartamento al secondo piano di via Turati, in una città di provincia che non aveva chiesto di ospitarla ma che ormai si era rassegnata. Come si fa con le infiltrazioni: sai che ci sono, sai che non se ne vanno, speri solo che non peggiorano.

Il narratore precisa: nell’appartamento di Alexsandra non c’era nemmeno uno specchio. Non per filosofia, né per estetica. “Non ne ho bisogno,” diceva, con un gesto lento della mano. “Io so già come sono.”

Il narratore prende nota, poi smette di farsi domande per il proprio equilibrio mentale. Quello che Alexsandra credeva di essere: affascinante, misteriosa, naturalmente elegante. Quello che era: capelli di un biondo mai registrato in natura, sopracciglia disegnate con una sicurezza che i risultati non supportavano, e una camminata che ricordava un airone che ha perso una discussione con la gravità. Ma questi, ovviamente, erano dettagli. E Alexsandra non era una persona che si perdeva nei dettagli.

CAPITOLO 2 — Il Curriculum

Alexsandra aveva avuto molti fidanzati. Molti. Lei lo chiamava “fascino”, il quartiere lo chiamava “caso studio”. Lo schema era fisso: lei conosce lui, decide che lui è fortunato, trova difetti, li comunica pubblicamente e, quando lui sparisce, conclude: “Era lui il problema”.

Ventitré relazioni. Ventitré uomini fuggiti. Zero specchi. Il narratore non crede alle coincidenze. Prendiamo Gianluca, numero undici: “Carino… un po’ basso… orecchie grandi…” Gianluca era alto un metro e ottantadue. Il narratore si ferma, respira e va avanti. Poi Fabrizio, numero sedici: “Non hai il fisico adatto per stare con me.” Fabrizio faceva il personal trainer. Rimase in silenzio, poi disse: “Il conto, grazie. Solo il mio.” Applausi, Fabrizio. Applausi veri.

CAPITOLO 3 — Martedì mattina (disastro ordinario)

Ore 9, bar. Io sono lì. Sì, io, il narratore. Questa volta non racconto: assisto. La porta si apre. TIN. E succede una cosa sottile: la gente non smette di parlare… ma parla peggio. Alexsandra entra tentando un accordo impossibile con il pavimento e ordina un cappuccino "fatto bene".

La barista annuisce come chi ha già visto troppo nella vita. Nel giro di quattro minuti, Alexsandra ha già demolito con lo sguardo la barista, una signora ai tavolini e una ragazza che passava fuori. Mentre la sua borsa cadeva per la seconda volta e lei la raccoglieva con la grazia di un sacco di patate, continuava a sentenziare sul mondo, totalmente ignara della macchia di crema sul suo mento che pareva una medaglia al valore. Non lo vede. Non perché non guarda, ma perché per lei il difetto non esiste.

CAPITOLO 4 — Il Parco (e l’errore dell’universo)

Parco. Panchina. Io sono seduto. Alla mia sinistra c'è Mirko. Mirko legge sul serio, non cerca attenzione. Un errore gravissimo. Dall’altra parte del vialetto arriva Alexsandra. La gente si sposta leggermente, un cane si ferma, un bambino smette di correre. “Quello è carino,” dice lei a voce alta. “Un po’ le scarpe… ma si può lavorare.” Le scarpe di Mirko sono normali; le sue, invece, stanno vivendo un momento difficile.

Lei si ferma davanti a lui. “Ciao.” Mirko alza lo sguardo, la osserva un istante e risponde con un "Ciao" piatto, per poi tornare al libro. Lei resta lì. Il silenzio si fa lungo, strano, perfetto. “Leggi molto?” “Quando posso.” “Sei timido?” “No.”

Lei si siede troppo vicino. Il suo profumo non arriva: invade. “Come ti chiami?” “Mirko.” “Alexsandra.” — pausa — “AleXSANdra.” Mirko non alzò nemmeno un sopracciglio. Segnò la pagina del libro con un vecchio scontrino, lo chiuse e disse solo: “È un nome come un altro”. La prima crepa nel marmo fu quella. Eppure lei insistette: “Ma tu… come mi vedi?” Il mondo trattenne il fiato. Mirko la guardò un secondo in più. “Non lo so.”

CAPITOLO 5 — Il cambiamento (o qualcosa che gli somiglia)

Alexsandra, per la prima volta, pensa. Poco, ma succede. Prova la strada della gentilezza e fa un complimento alla barista: “Che bel trucco, nasconde quasi del tutto la stanchezza”. La barista non ringrazia. Alexsandra conclude che la gente non sa accettare la cortesia.

Tenta con lo stile, ma il nuovo look produce un risultato deciso (non è chiaro deciso da chi). Tenta con la profondità: “Evito le persone superficiali”. “Tipo?” “Quasi tutti.” Mirko osserva. Non interviene. Sta aspettando.

CAPITOLO 6 — La Dichiarazione

Il giorno arriva. Alexsandra è convinta. Troppo. Sulla solita panchina, Mirko è al solito capitolo. “Credo di provare qualcosa per te. E penso che anche tu… cioè… è evidente. Guardami.”

Mirko chiude il libro con una calma quasi chirurgica. “Posso dirti una cosa?” “Certo.” “Non ti vedi,” dice lui. Non è cattivo, ed è per questo che fa male. “Credi di essere qualcosa che… non sei. Uno dei due ha un problema di vista.” “Sì,” risponde lei, stordita. Mirko riapre il libro. Fine delle trasmissioni.

EPILOGO — Lo Specchio

Alexsandra tornò a casa. Comprò uno specchio. Poi un altro. Poi un terzo, per sicurezza. Si guardò. Silenzio. Per un secondo infinito, l'airone incontrò finalmente la realtà.

Prese un respiro profondo. “Ok,” disse. “Ok.” Poi staccò lo specchio dal muro con un colpo secco. “È difettoso. Una partita fallata.” Mise via anche gli altri, con la cura gelida che si deve agli oggetti rotti. Il giorno dopo uscì di casa. Testa alta, biondo chimico al vento e l'autostima di nuovo al comando. “È l’invidia,” sussurrò al mondo che, come sempre, guardava altrove.

Il narratore chiude il taccuino. Perché il problema non è mai stato trovare uno specchio. È avere il coraggio di non dargli del bugiardo.

Lo Specchio non ha colpe testo di albertx2007
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